Il ritorno al mito di Narciso: diffusione del narcisismo nella cultura moderna

iloveme

“Che cosa sono adesso?”
pensava, contemplandosi allo specchio.
E lo specchio replicava con la brutale sincerità degli specchi:
«Non sei nulla».”

Virginia Woolf, Flush

 

Narciso, termine di derivazione greca, affonda le sue radici etimologiche in “narkè”, torpore.

Come spesso accade, l’etimo ci viene in soccorso per rivelare i significati profondi delle parole, gettando una luce, in tal caso, sul senso appunto di torpore e –potremmo dire- di stordimento di chi dedica la propria esistenza all’inseguimento di un ideale di sé e si smarrisce tra i vapori delle proprie fantasie di grandiosità.

Sono trascorsi davvero molti anni dalle prime teorizzazioni freudiane che vedevano Narciso protagonista; ciononostante per descrivere la società moderna possiamo parlare di un ritorno al mito del narcisismo, i cui tratti hanno soppiantato l’egemonia del disturbo isterico, in auge in epoca freudiana.

Studi recenti di psicologia sociale rivelano infatti l’allarmante incidenza del disturbo narcisistico di personalità nelle nuove generazioni; un dato che assume particolare rilievo soprattutto se confrontato con le generazioni passate.
Pertanto lo psicoanalista junghiano R. Johnson ha chiamato me-generation la moderna generazione che, come attraverso una rivoluzione copernicana, sembra aver scompaginato i valori normativi tradizionali, anteponendovi i bisogni narcisistici e le gratificazioni personali.

I principali criteri diagnostici distintivi del disturbo narcisistico spesso incrociano irrimediabilmente i “valori” moderni trasmessi dai mezzi di comunicazione di massa, propulsori di messaggi che incoraggiano l’apparenza, l’immagine, la superficialità, che spesso riscuotono maggior consenso della profondità e della sostanza.
È questa crescente tendenza che ha spinto molti autori (Cooper, 1998; Lasch, 1979; Rinsley, 1986; Stone, 1998) a parlare di “cultura narcisistica”, per sottolineare come nella società dei consumi, attenta alla produzione più che alla lealtà, alla forma più che alla sostanza, la differenza tra una sana autostima e le forme patologiche sfumi dietro il crescente bisogno di apparire.

Un processo di spersonalizzazione che sembra non tenere conto degli umani limiti, alimentando un mondo illusorio e pericolosamente irreale, caratterizzato da un’eccessiva preoccupazione per l’immagine e l’utilizzo del corpo come feticcio.
Come nota Gabbard (2002), lo sfruttamento dell’altro, indicante uno dei criteri diagnostici del disturbo di personalità narcisistica, è fortemente adattivo nella nostra società: riscuotere successo è diventato sicuramente più importante rispetto a valori come l’impegno, l’integrità, la sincerità ed il calore interpersonale.

Nella situazione culturale attuale ciascuno vive solo e per sé e gli scambi relazionali sempre più virtuali sono strumentali all’autocelebrazione. Per Recalcati (2012) “la nevrosi tende a schiacciare la dimensione singolare del desiderio nella necessità del riconoscimento. Preferisce il riconoscimento dell’Altro alla differenziazione”.

Ma è nell’impossibilità dell’incontro con il limite che i giovani moderni, come il povero Narciso, restano intrappolati nella propria immagine, ipnotizzati da se stessi, persi nelle increspature del lago in cui si vedono riflessi senza riconoscersi profondamente.
Poco avvezzi a tollerare la frustrazione, a sostenere la ferita di un divieto, di un rifiuto, vivono sull’onda di sentimenti mutevoli e transitori, preda di tempeste emozionali, immersi nel mito dell’onnipotenza e del godimento sfrenato. Recalcati (2012) avverte però, che ogniqualvolta “il godimento prende la via della compulsione sregolata e del rigetto della castrazione, non è mai pulsione di vita ma solo pulsione di morte, corsa rovinosa verso la propria distruzione”.

In questo contesto la relazione in senso esteso ne esce trasformata, danneggiata, svilita.

Galimberti (2004) considera l’incontro con l’altro e l’amore “il luogo della radicalizzazione dell’individualismo, dove uomini e donne cercano nel tu il proprio io […], amore indispensabile per la propria realizzazione come mai lo era stato prima, e al tempo stesso impossibile perché, nella relazione d’amore, ciò che si cerca non è l’altro, ma, attraverso l’altro, la realizzazione di sé”.

E se è vero che è sul contatto con l’altro che costruiamo la nostra identità, intrattenendo rapporti virtuali e strumentali possiamo solo alimentare la costruzione di identità fondate sull’illusione; identità fragili, forse bellissime, ma vuote.

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