Il delicato compito di educare

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Il compito dei genitori è gravoso: si tratta di un sottile equilibrio tra il proteggere e l’esporre il proprio figlio agli stimoli del mondo, per permettergli di realizzarsi per quello che è, rispettando le sue naturali propensioni.
Sempre più spesso mi capita però di incontrare bambini iper-stimolati, a cui viene chiesto di eccellere in ogni cosa ed implicitamente di portare il gravoso fardello di riscattare la propria famiglia dall’anonimato, dalla normalità.
Programmi televisivi che spettacolarizzano le capacità di bambini molto piccoli si sono infatti diffusi molto velocemente, lanciando la moda del “bambino di successo”.
I ritmi stressanti di lunghe ore d’attesa e prove estenuanti sembrano però, molto distanti dalla leggerezza del gioco finalizzato al puro divertimento. Un privilegio di cui nessun bambino dovrebbe essere privato!

Stimolare l’interesse dei bambini è fondamentale perché possano crescere sani e successivamente avere gli strumenti per raggiungere le loro aspirazioni, realizzare i propri sogni (e non quelli dei genitori).
Per questo si rivela particolarmente importante dedicare loro un tempo che vada nella linea della condivisione di esperienze nuove; momenti in cui il bambino possa sperimentare, sentendo di avere accanto un adulto di cui si può fidare e che si costituisce come base sicura da cui partire e a cui tornare per esplorare il mondo. Allo stesso tempo però, riempire i bambini delle attività più disparate, non solo appesantisce la loro età che dovrebbe essere per definizione leggera e spensierata, ma spesso li sottopone a livelli molto alti di stress.

Quando riempiamo i nostri bambini di attività, che si tratti di sport, musica, teatro, oltre che di studio ovviamente, o anche quando li iscriviamo a competizioni di bellezza o di tipo sportivo, cosa stiamo veramente chiedendo a quei bambini? È davvero un loro bisogno, un loro desiderio quello che vogliamo soddisfare? O piuttosto li stiamo involontariamente rendendo oggetto di nostri desideri?
L’accanimento e la competitività con cui molti genitori si approcciano alle attività didattiche e non, diventano un peso vero e proprio che quei genitori letteralmente mettono sulle spalle dei propri figli, costringendoli a soddisfare una sorta di voglia di riscatto che sicuramente non può appartenere ad un bambino.
È questo il caso ad esempio dei genitori che pubblicano le pagelle dei propri figli su Facebook facendo sfoggio e vanto dei loro voti (ovviamente alti), ma anche di quelli che semplicemente si limitano a comunicare a voce ad amici e conoscenti di quanto i propri figli siano appunto “di successo”. C’è una grande differenza tra supportare un bambino facendolo sentire gratificato per un risultato raggiunto ed usare i suoi risultati mettendoli in vetrina per riscattare la propria immagine agli occhi del mondo.

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Cosa accadrà nella mente di quel bambino quando magari per un piccolo momento di difficoltà personale non riuscirà a mantenere gli stessi standard? Si sentirà amato lo stesso? O sarà tentato di pensare che per essere amato deve produrre, deve primeggiare, deve avere successo?
I figli non sono trofei da sfoggiare ed è giusto che abbiano la reale possibilità di seguire le proprie propensioni e che non si sentano invece costretti a sacrificare i propri desideri, la propria spensieratezza sull’altare della realizzazione dei sogni falliti dei propri genitori.
Si tratta di un compito complesso e sicuramente delicato per i genitori, perchè richiede un contatto profondo con parti di noi con cui non è facile fare i conti.
Sopratutto quando abbiamo un cruccio, un sogno che per le vicissitudini della vita non ha trovato realizzazione, dobbiamo entrare in contatto con la frustrazione che quell’evento ha provocato dentro di noi. Solo dando voce alla nostra sofferenza potremo scongiurare il rischio che quel dolore, quel nodo, si riversi sulla vita dei nostri figli.

Ogni volta che sentiamo che il successo o la vittoria di un figlio in una competizione assume una rilevanza quasi vitale è bene che raccogliamo quella sensazione come segnale d’allarme che ci spinga ad interrogarci sul perchè un risultato è così importante.
Nella nostra società purtroppo la competizione è una grande protagonista e il rischio è che si perda di vista l’obiettivo principale: divertirsi!
Le ripercussioni che questo tipo di educazione comporta sono visibili anche negli adulti e non sorprende se sempre più spesso siamo vittime di crisi di panico ed ansia da prestazione.

stella

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