La libertà di potersi contraddire

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Ciascuno di noi durante il corso della propria vita costruisce e custodisce il proprio decalogo di comandamenti da seguire, quei pensieri e regole interne che implicitamente ci guidano ogni giorno nelle piccole e grandi scelte cui la vita ci sottopone.

Fin da piccoli impariamo a sperimentare, ad interagire con il mondo per osservarne le reazioni e trarre conclusioni sul suo funzionamento. È questo il processo istintivo che guida i bambini ad esempio a lasciar cadere qualcosa a terra per sperimentare gli effetti di quella caduta e registrare quale reazione si produce in conseguenza di quella specifica azione.
Creiamo cioè un insieme di regole che ci aiutano a predire il mondo e le persone che ci circondano.

Seguiamo queste regole, spesso inconsapevolmente, nutrendo la nostra mente e allungando la lista ogni giorno.
Guardando un film, leggendo un articolo o un libro, ascoltando una canzone, un programma televisivo, o andando ad una mostra nutriamo la nostra mente, allunghiamo la lista delle regole implicite che guidano il nostro cammino, ne confermiamo alcune e, più raramente, modifichiamo altre. Sono queste idee che ci rendono chi siamo, che ci dicono cosa è giusto o sbagliato, per cosa valga la pena combattere e cosa no, quali sono i comportamenti concessi, quali quelli da incoraggiare e quali quelli inaccettabili.
Costruiamo insomma una teoria interna e personalissima che ci aiuta a leggere noi stessi e ciò che ci circonda, un binario che spesso seguiamo ciecamente e con fiducia perché frutto di un processo che ci accompagna lungo tutto il corso della nostra vita.

Come tutto ciò che è prezioso, conserviamo “le tavole” con i nostri personali comandamenti nelle stanze più profonde della mente, perché possano essere tenute al riparo dal vento del cambiamento, persino dal nostro stesso sguardo.
Esiste una sorta di meccanismo di auto-conservazione di queste regole interne infatti, che ci spinge alla ricerca costante di conferme dei nostri valori, di quelle credenze su cui abbiamo fondato la nostra vita sino a quel momento. Cambiare quelle convinzioni, anche semplicemente metterle in discussione per scoprire se sono ancora valide, può essere un processo difficile e doloroso, poiché la posta in gioco è il binario stesso su cui abbiamo viaggiato sino ad oggi. Ad essere messo in discussione è il modo in cui abbiamo vissuto ed in cui viviamo.

Aprire la propria mente al nuovo può essere particolarmente faticoso in una società dove “ruota tutto intorno a te”: abbiamo liste di canali televisivi e playlist di musica personalizzati, abbiamo continui suggerimenti di argomenti “simili” a quello che abbiamo già visualizzato, abbiamo pagine Facebook ricche di contenuti che noi stessi scegliamo e ci uniamo a gruppi che la pensano esattamente come noi.

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Questo sistema però, seppur comodo e rassicurante, ci fa vivere nell’illusione che esista un’unica linea di pensiero su ogni argomento e che la maggior parte della gente (quella che poi definiamo normale) la pensi esattamente come noi. Ci sembra impossibile che altri, quelli che giocano nella squadra avversaria per definizione, ragionino in modo diverso, forse opposto al nostro. Siamo sconcertati ed increduli di come sia possibile che alcuni vedano le cose in un modo talmente diverso, che subito cataloghiamo come folle.
Siamo poco allenati a rapportarci con il nuovo e abbiamo sviluppato la tendenza difensiva a girare lo sguardo dall’altra parte per conservare intatto il nostro tempio fatto di credenze antiche e valori incontestabili.

Quando un elemento di novità, un pensiero alternativo riesce a irrompere oltre le mura dietro cui siamo barricati ci irrigidiamo e, sentendoci attaccati, finiamo per costruire muri sempre più alti, sempre più spessi pur di non rischiare di ascoltare qualcosa che potrebbe mettere in dubbio i nostri valori ormai dati per scontato.
Si tratta di un fenomeno molto più comune di quanto possiamo credere. Basta ascoltare la conversazione tra due persone appartenenti a gruppi politici diversi ad esempio, o anche scorrere le liste infinite di commenti al vetriolo sotto un articolo che solleva un tema specifico.
Perché diventa così importante convincere l’altro che abbiamo ragione?
Perché arriviamo persino a sentire di dover offendere e ferire chi sta esprimendo un punto di vista differente?
Perché affermare la nostra idea diventa una priorità talmente forte che a volte cadiamo nel paradosso di augurare il male a qualcuno nel tentativo di difendere un’idea religiosa o un ideale volto alla costruzione di un mondo migliore?

Io credo che esista una profonda differenza tra esprimere il proprio punto di vista e aver bisogno di affermare la propria visione del mondo. Ogni volta che ci scopriamo “accaniti” nell’affermare un concetto o esprimere un’opinione, forse è il caso di fermarci per chiederci perché abbiamo bisogno di convincere l’altro di aver ragione. Che importanza ha per noi quel tema e che senso ha impiegare così tante energie nel difendere quell’ideale.

La capacità di cambiare punto di vista, di cambiare la prospettiva con cui guardiamo il mondo, di metterci nei panni dell’altro è forse il più grande segno di intelligenza di cui disponiamo, poiché implica quella flessibilità mentale che è frutto di cultura, di ampiezza di orizzonti, di molteplicità di visioni.
Cambiare sguardo significa aprire i propri occhi, scoprire che il mondo può essere anche molto diverso da come lo abbiamo conosciuto finora. Significa rischiare, rischiare magari di scoprire che il tuo Dio, i tuoi dei, non sono gli unici, che esistono persone, esattamente come noi, che magari considerano buono quello che abbiamo sempre considerato cattivo.
Significa comprendere che se la vita è come una partita a scacchi non possiamo limitarci a contemplare solo le mosse che si possono muovere dalla nostra parte del tavolo. Se vogliamo giocare una partita vincente dobbiamo girare la scacchiera e cercare di vedere cosa vede l’amico con cui stiamo giocando.

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Ogni volta che leggo o sento dire che “c’è bisogno di coerenza” mi chiedo cosa si intenda con questa espressione, perché ho il sospetto che sia un modo per dire che non si può cambiare idea, che non si possono modificare i propri pensieri. Ho il sospetto che sia un modo per giustificare il proprio, seppur comprensibile, timore di andare dall’altra parte del tavolo a vedere come appare il mondo da quella prospettiva.
Forse può sembrare spaventoso, destabilizzante, ma credo che siamo fatti di opposti, di contrari e di pedine bianche e nere che possiamo scegliere di muovere ogni volta in modo diverso.
Desiderio e Paura sono la stessa cosa e ogni volta che scegliamo di dare voce al primo, dovremo avere il coraggio di ascoltare anche l’altra.
Crescere, dal mio punto di vista, implica inevitabilmente cambiare visioni del mondo, allargare l’ampiezza della propria visione, aggiungere punti di vista diversi. Per questo mi riservo sempre il diritto di contraddirmi in ogni momento.

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